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Benvenuto alla tiria
27 set 2014 alle ore 17.44
Ero ancora un ragazzo, avevo appena avuto la mia prima licenza di caccia.
Come regalo per la maturità o, forse, come regalo per se stesso papà mi aveva promesso una settimana di caccia in Sardegna a beccacce.
Mi aveva raccontato tante avventure vissute col nonno e facevamo programmi per le due giornate di caccia che avremmo vissute. Lui faceva programmi ed io, non sapendo niente né di beccacce né di Sardegna invernale, non potevo far altro che cercare, come davanti a un buon libro, di immaginare posti ed ambienti.
I ricordi di gioventù lo portavano a pensare alla prima giornata su un vulcano spento dove il nonno era stato invitato decenni prima e, in un epico pomeriggio, aveva incontrato la più grossa concentrazione di beccacce della sua vita: "non puoi immaginare, da ogni cespuglio si alzavano 2-3 beccacce! I cani non sapevano più cosa fare! Ne abbiamo alzate almeno 60!"
Dopo di allora era diventato uno dei posti preferiti dal nonno. La caccia cominciava sempre dal fiume che scorre ai piedi del vulcano: anatre e, al ritorno al ponte (che va visto perché è messo al contrario di quello che ciascuno penserebbe), nonno concedeva il permesso di sparare i beccaccini che saettavano dalla riva.
Finito il primo atto ci si spostava sul vulcano per le beccacce poi si scendeva nella piana coperta di massi d'eruzione e, oltre a guardare il lavoro del cane, l'occhio spiava il volo delle cesene.
Se ne sparavano poche ma un tentativo si faceva sempre! Nella piana  si cacciava puntando ad una piccola palude regno dei beccaccini e di qualche anitra. Quando il cane spiegava, con il suo zoppicare, che non era più in grado di affrontare beccacce e beccaccini si girava sul lato sud del vulcano a sparacchiare qualche tordo allo schizzo.
Difficile che i carnieri a fine giornata fossero ricchi: in tutta la giornata forse una o due volte avevi l'opportunità di sparare con entrambe i piedi in buona posizione ed erano sempre fucilate fra querce e quercioli, il pla pla della beccaccia, un'ombra nel bosco, una fucilata poi andavi a vedere.
A Natale, come sempre, pranzo a casa dello zio che, pur non essendo mai stato veramente un cacciatore, era cresciuto in una casa dove l'attività venatoria doveva essere uno dei principali argomenti di conversazione e che, in gioventù, era stato coinvolto dal padre e dal fratello maggiore accompagnandoli spesso.
Papà gli raccontò dei nostri progetti per quelle vacanze e lo zio gli ricordava quella grossa macchia di spine in cui i cristiani non riuscivano a passare e che era la sosta preferita delle beccacce: "Franco, ti ricordi che ne alzavamo sempre quattro? Il problema è riuscire a passare sopra prima di mollare il cane se no vi fregano tutte!"
Non lo sapevo ma era la prima volta che sentivo parlare della tiria!
Papà nel raccontarmi di caccia in Sardegna mi aveva spesso parlato di spine così dure da bucare le suole di cuoio degli scarponi, cespugli strani a forma di piramide rovesciata che sotto lasciano spazio ai cani ed ai selvatici di muoversi con assoluta libertà ma che dall'altezza della coscia di un uomo fin sopra, a volte più alti di un uomo alto, si intersecano fra di loro e si proteggono con un manto continuo e fitto di spine. Ti ci trovi in mezzo quasi senza accorgertene una puntura qua, un'altra dopo qualche metro, vedi un piccolo sbarramento di spine ed al di là una radura, intravedi un sentiero, un passaggio fatto dalle mucche ma all'improvviso sei immerso in un mondo doloroso di punture e non sai più come uscirne.
Alla fine, anche senza batti macchia, arrivi dove i cespugli si diradano ma ... con che dolore!
La tiria altri non è che la ginestra spinosa. Ha piccole foglie e, in stagione, piccoli fiori gialli ma sempre e comunque ha tante, tantissime spine!
Quell'anno è poi vari altri a seguire cacciammo sul vulcano: i carnieri non sono mai stati ricchi, a volte una beccaccia, a volte qualche beccaccino o un'anitra. La macchia di tiria era sempre lì e ricordo quella volta che la Jetz si è infilata sotto prima che riuscissi a salire ed ha alzato ben tre beccacce fuori tiro: io, a valle, smadonnavo e cercavo di raggiungerla ma, come sempre, ha vinto la tiria.
Dopo anni la macchia si è allargata troppo e abbiamo rinunciato alle nostre cacce sul vulcano.
Giustamente la pastorizia anche in Sardegna si è evoluta e non è più necessario sfruttare a pascolo gli ambienti ostili come in "nostro" vulcano e, per fortuna, sono diminuiti gli incendi che i pastori utilizzavano per ripulire da rovi e tiria i pascoli. È nato così un problema diffuso in tante zone d'Italia: l'eccessivo inselvatichimento della macchia con riduzione dell'habitat per alcune specie (soprattutto avicole) e la creazione di un habitat andato al cinghiale e poco altro.
Quell'anno di cui raccontavo il vulcano mi ha regalato la prima beccaccia e un po' di conoscenza di quanto sia un selvatico imprevedibile.
Avevamo un cane di soli 6 mesi. A metà mattina non avevamo ancora trovato niente e papà mi chiamava (come sempre ero quello più in alto) per scendere a battere la zona di pianura.
Avevo visto che il cane accennava una ferma per cui, facendo finta di niente, non ho risposto ai richiami e ho seguito la Jetz.
Neanche a dirlo: la beccaccia mi ha bellamente fregato! Sono comunque riuscito a marcare la rimessa, ho avvisato papà e insieme l'abbiamo inseguita. Siamo riusciti a metterla in ala ben altre tre volte e sempre è riuscita a fregarci. Alla fine non l'abbiamo più trovata e abbiamo ripreso il percorso originale.
Arrivati a un muretto a secco che recinta un pezzetto di bosco triangolare con qualche quercia e il sottobosco abbastanza pulito papà mi avvisa: "sta attento, questo era il posto del nonno!"
Entriamo e dopo poco il cane alza una beccaccia che scende di traverso. Forse è una delle beccacce che ho visto meglio in tutta la mia vita: sembrava di essere in un quadro!
Mi passa davanti, sparo e lei ... cade!
Ancora oggi mi emoziono: in che attività (se non nella caccia) un ragazzo può trovare un collegamento così diretto con un nonno praticamente mai conosciuto e che comunque influenza ancor oggi, tramite i ricordi dei racconti del papà e della nonna, la sua vita?
La tiria è rimasta una costante delle mie cacce invernali in Sardegna con papà. Quando ho potuto, naturalmente, l'ho evitata ma spesso, come dicevo prima, mi ci sono trovato in mezzo quasi senza accorgermene. Le caratteristiche anche ambientali della ginestra spinosa la rendono un'ottima tappa per la beccaccia: la folta chioma nasconde la scolopax ai rapaci e sotto c'è spazio per correre davanti ai cani e far perdere le proprie tracce. Comunque è sempre in condizione di vedere i suoi nemici!
Non credo che possa scegliere la tiria per scappare all'uomo ma, sicuramente ottiene anche questo.
Passano gli anni, la Regione Sardegna decide che possono cacciare sul suolo sardo solo le persone nate sull'Isola o, come estrema concessione, quelli che abbiano almeno un genitore con queste caratteristiche.
Papà, forte della nascita a Sassari della nonna, continua ad avere il tesserino mentre io, ormai, non posso più portare il fucile nelle mie vacanze natalizie a Capo Caccia.
Papà non ha più un cane e l'età avanzata gli sconsiglia di prenderne un altro. Vado un anno a caccia con lui e il mio setter Pippo e se ne innamora. Cacciamo insieme nei nostri soliti posti scambiandoci il fucile e, quando riparto, gli lascio per il resto delle vacanze il cane: credo che sia stato uno dei più bei regali che gli abbia fatto!
Da quell'anno diventa una piacevole abitudine per me, per papà e per Pippo.
Grazie a Pippo papà trova nuovi compagni di caccia con cui cerca le beccacce e, insieme alla mamma, riscopre "Campo Giavesu" e un angolo in cui stazionano, durante il giorno, i germani. Ricordo ancora la felicità nella sua voce quando mi raccontava per telefono della coppiola su germani e del riporto di Pippo.
Questo riporto me lo raccontava ancora l'altro giorno la mamma: il cane aveva recuperato la prima anatra ferita, l'aveva appoggiata a terra ed era corso a prendere la seconda, tornando si era accorto che il primo germano stava scappando di piede. Ha deposto quello che aveva in bocca ed era tornato a prendere il primo, il secondo intanto si era dato alla fuga ed il cane continuava a recuperarli e a metterli vicini mentre papà si avvicinava. Era uno degli ultimi ricordi di caccia di papà e ci si soffermava spesso: quando quindici anni fa è morto Pippo anche papà ha smesso di andare a caccia.
Nonostante la passione e il fatto che la sua defezione mi privasse del piacere della caccia in Sardegna non ho fatto nulla per convincerlo a rinnovare la licenza: era una sofferenza troppo grossa per me quarantenne avere davanti una montagna che promette beccacce, la passione che spinge a correre e sapere che papà avrebbe fatto di tutto per accompagnarmi, per stare al passo, anche se vedevo che ormai faceva troppa fatica! L'ultimo giorno di caccia insieme mi sono inventato che il cane, ormai, non ce la faceva più per riportarlo a casa prima che eccedesse con la fatica. Papà è sempre stato un gran camminatore e un uomo che non si tirava indietro davanti alla fatica ma 78 anni sono sempre tanti!
Passa qualche anno e mi mancava il sapore della caccia sarda. Un giorno mentre facevo una passeggiata, era fra Natale e Capodanno, vedo appena dentro un bosco una tenda e un uomo seduto davanti a un tavolino con bottiglie di vino e birra. Mi fermo a chiacchierare e mi spiega che è in campeggio lì dal lunedì per tenere il posto per la battuta al cinghiale della domenica. Mi informo e il giorno dopo torno sul posto per incontrare il capocaccia. Gli spiego di me e gli chiedo se mi concede il piacere di partecipare alla battuta in veste di osservatore.
Luciano, troppo gentile, mi mette a coprire una uscita di cinghiali fra due poste: la battuta è troppo grande per il numero di fucili presenti e può essere utile coprire un passaggio secondario e invitare i maiali a raggiungere la posta seguente.
Grande giornata!
L'anno successivo torno a cercare Luciano che mi accoglie alla sarda: se ti dimostri una persona per bene ti catalogano subito come amico!
Al mattino chiedo di poter seguire i cani come battitore e lui mi affida a uno dei migliori cagnari della compagnia: "questo amico continentale vuole seguire i cani, fallo camminare nei posti più facili!"
Saliamo in macchina fino al punto in cui dobbiamo sganciare i cani e Pietro mi dice: "da queste parti ci sono macchie enormi di un cespuglio pieno di spine, lo chiamiamo tiria ma non preoccuparti, faccio in modo che tu non ci passi in mezzo!"
Inizia la battuta e Pietro mi invita a scendere di qualche metro e a rimanere parallelo a lui.
Scendo. Trovo qualche sparuto cespuglio spinoso che aggiro. Pochi metri e la tiria diventa appena più spessa. Proseguo senza nessuna lamentela e, come sempre mi è successo con questo tipo di macchia, mi ritrovo immerso fino alle spalle. Non c'è un passaggio facile da nessuna parte, faccio qualche passo ancora è le spine carnivore iniziano a infilarsi nelle gambe e nelle braccia, graffiano le mani, mi scappa una parolaccia e sopra di me sento Pietro che con un sorriso nella voce mi dice: "benvenuto alla tiria!" "Vaffà tu e la tiria" rispondo ridendo e continuo a litigare con le spine.
Capisco che, probabilmente, è un esame e mi applico di conseguenza: mai chiedere pietà!
Seguo imperterrito la cacciata passando nei posti peggiori. Al pomeriggio, dopo mangiato, Pietro mi invita a accompagnarlo a cercare i cani che al mattino hanno passato le poste dietro i cinghiali. Li sentiamo in un fondo valle e mi ritrovo uno schioppo fa le mani: " se si muove sale da li, quando arriva è tutto tuo!"
Il cinghiale non è salito ma da quel giorno tutte le volte che sbarco in Sardegna vado dal mio amico Pietro. Quante cacce abbiamo ormai condiviso! Mio figlio segue i cani e i battitori, alla sera quando rientriamo a casa è ubriaco di stanchezza e birra, io mi metto in un angolo e osservo, faccio fotografie, chiacchiero a tavola e mi godo il sole, il vento, i profumi della macchia e, soprattutto, il sapore di caccia a selvatici veri con cacciatori veri!
"Benvenuto alla tirìa" mi è stato detto ed è stato e rimane, per me, un benvenuto ad un mondo antico, all'amicizia, al piacere di stare insieme.

Foto copertina: Carlo Gastaldi

                                                                           Testo di Carlo Gastaldi

A cura di Redazione Sito
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